Detto Ridetto e Già Ascoltato

Per tutti gli amanti della bhavacakra, benedetta F., se mi ricordo di te! Sei stata l’inganno più profondo. Al sol pensiero di affidarti l’esistenza, avrei smottato il mondo, messolo a soqquadro, le stelle per tappeto affinché i tuoi piedi ci camminassero sopra, il prato come volta, per non lasciarti volare via.

Anche tu eri assai stramba. Capelli rossi tagliati corti, sul polso tatuato un tribale, ti piaceva stravolgere tutto, il dritto senso dei ragionamenti per il rovescio, così pure prospettive e cantilene. Vedevi dove io ero cieco e ogni giorno mi entusiasmavo energico nella speranza d’incontrarti.

Rimembro ancora quella notte in cui mi conducesti al pozzo, man mano nella mano, mi pareva quasi saltellassi, forse era solo la tua gonna che veleggiava nella tramontana, io dietro come ammaestrato.

Fata e megera, mentre cantavi io obbedivo:

«Fai un salto, scimmiottane un altro».

Sempre avrei obbedito.

«Fai la giravolta, prediligi la rivolta».

Ogni tuo desiderio esaudivo, sempre avrei esaudito.

«Guarda in giù».

Quant’erano sciocchi i miei tacchi, poco consunti, fuori moda le mie scarpe da vecchio.

«Guarda in su».

Ed ebbi giusto il tempo di scorgere Cassiopea, mentre mi domandavo “non era all’incontrario la filastrocca?”, che già mi sentivo cadere, la tua spinta un leggero tocco di perfidia sulla scia del passato.

L’atterraggio nella pozza melmosa, a soli sette metri di altezza,non fu drammatico. Tutto sommato ero abituato ai ruzzoloni, ossaelastiche come la mia mente da bimbo, lì per lì non mi fece granmale, almeno non quanto un funerale. Avrei potuto scrollare le spalleed esclamare “vabbè, la vita va avanti!”.

Constatai di essere tutto intero e sbirciai in penombra i tuoi occhi smeraldo rutilare per un’ultima volta:

«Aspettami lì, che non torno» dicesti e il sorriso era tuo benigno, il cuore maligno, io tuo infinito passatempo già terminato.

Avessi fatto di me uno yo-yo, sarei subito risalito, attaccato al tuo esile dito, le unghie mai smaltate, dolce il tuo profumo, come di estate.

Passò un giorno, ne trascorsero due, poi tre mesi e dodici di anni. Ogni volta che la luna era piena, sognavo fosse il tuo viso che si spandeva nel cunicolo.

Se avevo fame, mangiavo scarafaggi; per bere, di acqua putrida ero attorniato a sufficienza. Quanto grattai, tentai, artigliai con le mani spaccate e insanguinate per arrampicarmi invano sulle viscide pareti.

Infine, quando ancora non volevo abbandonare il tuo sbiadito fantasma, ma mi fu chiaro che eri ormai distante, lesche di famiglia altrove da me, mi apparvero due animazioni, forse più propriamente allucinazioni, di coscienza divisa fra angioletto e diavoletto. Lì accomodati ognuno per clavicola, volevano incessantemente instillarmi la propria nelle orecchie, piene di peli che mai ne ebbi penuria.

«Ormai non tornerà più: odiala!».

«Che te ne frega, continua ad amare tutto il resto!».

Bofonchiava uno, ribatteva l’altro. E i nomi dei due con cui il cervello me li presentò erano assai buffi. Ti sarebbero piaciuti, entrambi magri di scheletro, ma panciuti: Detto Ridetto e Già Ascoltato. Nulla di nuovo, quindi, mi ero mai inventato. Eppure, sarò sincero, a farla breve riuscii ad uscirne, a risalire dal baratro.

Grazie a quella ciocca che ti strappasti dai capelli per non voltarti più indietro. L’arrotolai a dei bastoncini attorcigliati ad alcune alghe legate a delle liane di vitalba appiccicate a qualche foglia fradicia. Creai così una scala malandata.

Ancora custodivo lì sopra al cuore, nel taschino sinistro della camicia, quella scaglia di polpastrello che ti raschiasti via dal pollice – detestavi le impronte digitali – e mi lanciasti come cartolina dopo averti esplorata da cima a fondo:

«Questo è il profumo della mia pelle».

Ormai rancido, al pari di tutto il resto.

Trascorso altro tempo, non saprei quanto ma centoventi anni aconfronto sarebbero apparsi miseri, davvero mi ero definitivamenteannoiato di stare ad ascoltare sempre le stesse cose che asserivanosi esprimessero perennemente i medesimi concetti.

Allora smisi di pontificare che la guerra era scempio, ingiusta nel suo disegno. La cessai con tutto quel “vogliamoci bene, l’amore è bello”. Feci falò di parole secche, messe e mietitura da gettare nel bordello. Aridi i controconcetti alternativi, contraccettivi ormai bucati dove il senso dell’annichilimento regnava incontrastato su quel che un tempo era stato, o meglio quasi aveva osato essere, cultura.

Già Detto e Ridetto Ascoltato erano sempre lì, pronti a intervenire, per tarparmi le ali, mai avrei più dovuto sognare, figuriamoci agire.

Ma ancora oggi, che al “je m’en fous” sono assuefatto, ogni tanto mi ritorna persistente un dubbio latente, che quei due immateriali beccamorti travestiti da menestrelli non sono mai riusciti a soffocare.

Perché, mi chiedo, se tutto è stato detto, ridetto e già ascoltato, viene ancora, per tutti i jhator della sidpa korlo, reiterato?

Ci fossi almeno tu, mi illumineresti con le risposte che non riesco a immaginare. Ma mi hanno detto che moristi quella notte, maledetta Fantasia, sulla via del ritorno che conduceva pian piano lontano dalla tana mia.

Se solo me lo avessi accennato, il tuo diabolico piano, mi sarei suicidato insieme a te. Invece sono rimasto qui, rivoticato, a bruciare prati nel cielo e a osservare per terra spegnersi le stelle.

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