Buonanotte gente!

Bussai alla porta del locale dove suonavano jazz. Un vicolo, una pattumiera, un tombino, il selciato, il basso marciapiede, la luce fioca di un lampione alla sera. Cos’altro riempiva la scena? La figura di un uomo, forse un musicista, seduto davanti alla porta chiusa; le scarpe rotte, i gomiti poggiati sulle ginocchia, il mento sprofondato nell’incavo delle mani.
E tremavi a vedermi andare via come se niente fosse, come se nulla m’importasse mentre dentro di me era il subbuglio che tutto il mondo pericolava perché null’altro m’importava all’infuori di te; ma questo stava finendo. Anzi, no: era appena finito.
Così, d’un tratto, ti accorgesti che la foglia era volata via dall’albero. Un significato? Una poesia? Un segno? No, solamente il disdegno del vivo per il morto, del giovane per il vecchio. Come un reietto, ormai buttavo il mio tempo sulle panchine e prendevo a calci le lattine vuote lungo il tragitto. Persi la casa, il lavoro, i soldi, gli amici, gli affetti.
E questa era colpa tua? Ci misi un po’ a comprendere che no, non era così; un po’ a scaricarti dai fardelli immaginari con cui avevo appesantito il tuo percorso cosmico che di certo sfuggiva ai miei reclami. Giusto così, meglio così. Tu nessuna colpa, io solo un idiota.
Ma il tempo è come il bastimento che spinto dalle acque ti conduce al porto e troppo ti sei distratto a guardare il paesaggio o a scrutare l’orizzonte da non essertene accorto… il mondo è pieno di onde che ti portano sempre più lontano, sempre più lontano finché non ci si arena in quell’unico scalo che è la meta di ogni stupidaggine.
Non è la morte: non chiamiamola morte se non sappiamo cosa sia. Chiamiamola nuovamente poesia. Poesia delle acque e delle anitre. Sì: degli animali che innocenti scivolano sulla corrente. Buonanotte gente!

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