cover_002“Rosso come la neve”, un romanzo di Daniele Cinquepalmi, Zerounoundici Edizioni, che voglio consigliare.

Una straordinaria avventura in caduta libera verso le regioni estreme dell’America Latina. Questa la quarta di copertina:

“Un broker newyorkese e la sua fuga disperata attraverso il Sud America. Un federale americano che gli dà la caccia. Una ragazza argentina e la sua voglia di ricominciare tutto da capo. Attorno a questi tre personaggi si sviluppa la trama del romanzo, immerso nell’atmosfera senza tempo che culla l’America Latina. Tutti e tre sono alle prese con una personale sfida contro il destino, che attraverso incontri e peripezie li porterà a meditare sui propri errori e scoprire un punto di vista diverso sul mondo”.

Io l’ho letto d’un fiato e mi sono sentito catapultato in quei luoghi, non solo fisici, ma anche coinvolto nelle forti vicende umane che il libro racconta. Per comprarlo, non lascio specifici link, ma cercandolo in internet potrete scegliere la libreria o lo store digitale a voi preferito.

(L’immagine che fa da copertina al libro è copyright di Zerounoundici Edizioni).

Più che una recensione, ne ho fatto uscire due parole di mio che spero possano maggiormente invogliarvi…

 Rosso come la neve – Un volo sconfinato

Leggero come la piuma di un condor e altrettanto rapace quanto il suo becco, questo romanzo – “Rosso come la neve” di Daniele Cinquepalmi – sorvola l’America Latina attraverso l’intenso viaggio dei suoi protagonisti. Fra i variopinti colori di una folla umana che da sempre si dibatte alla ricerca di un senso, Michael cerca disperatamente la sua libertà, visione incondizionata che solo l’amore può sanare l’animo, e sarà pronto a pagare qualsiasi prezzo pur di ottenerla.
Tappa dopo tappa, il lettore viene coinvolto in un itinerario che non è solo ambientale, di regione in regione, di paese in paese, ma sopratutto interiore: di esperienza in esperienza, tutto si accumula e ingigantisce il bagaglio umano che i personaggi dovranno affrontare e che l’autore indaga, osserva e riporta con coraggio alla luce.
Una straordinaria avventura che non lascia indifferenti, ma coinvolge nelle sue gioie e nelle sue sofferenze, come trame tessute dal destino, al punto di anelare anche noi al volo, all’ebbrezza di spazi aperti, attraversare speranze e illusioni per confondersi e sparire in qualche fiocco rosso di neve.

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Nasce VIA DALL’ANTICO CAOS, un’associazione culturale senza scopo di lucro, un luogo, un pensiero, aggregazione, divertimento, creazione e voglia di fare. Associazione culturale e multiscuola artistica globale: musica e danza da ogni tradizione del mondo, teatro, pittura, giocoleria, yoga… Produzione e autoproduzione, progetti editoriali, produzione discografica. Perché l’arte sia condivisione, gioia e creazione. Formazione professionale e amatoriale. Corsi, stage e workshop, mercatino, bacheca, biblioteca, terapie e trattamenti, lezioni online, videolezioni, dvd e libri…

Un progetto così doveva solo nascere!

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Quando ti ho lasciata andare via, avevi i capelli in trasparenza. Sopra una diligenza di sogni sei sparita nel folto della foresta. Io sbattevo la testa fra i consigli degli amici, perso in questo groviglio di cespugli e parole. Mi chiedono dove, dove tu sia finita; senza pensarci, senza badare che il tuo ricordo susciti in me ancora dolore. Alzo le spalle e non rispondo. (Cosa dovrei rispondere? Che mi piacerebbe rincontrarti? Aspetto ancora nel desiderarti di nuovo).

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Cronache che non siamo noi gli eroi, ma semplici spettatori. Ustioni sulle braccia, una figuraccia, una battutaccia, una candela accesa e un cero. Io non ero fra i presenti a quella messa funebre. Me l’hanno raccontata e mi è dispiaciuto. Voci straziate dal pianto e occhi che erano una manto di lacrime, corpi che mi trasportavano. Anch’io sono un corpo senza più vita. E no, non posso dunque pensare né leggere questo messaggio che dai vivi è stato scritto per altri vivi come epitaffio. Solo silenzio, silenzio di tomba.

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Bussai alla porta del locale dove suonavano jazz. Un vicolo, una pattumiera, un tombino, il selciato, il basso marciapiede, la luce fioca di un lampione alla sera. Cos’altro riempiva la scena? La figura di un uomo, forse un musicista, seduto davanti alla porta chiusa; le scarpe rotte, i gomiti poggiati sulle ginocchia, il mento sprofondato nell’incavo delle mani.
E tremavi a vedermi andare via come se niente fosse, come se nulla m’importasse mentre dentro di me era il subbuglio che tutto il mondo pericolava perché null’altro m’importava all’infuori di te; ma questo stava finendo. Anzi, no: era appena finito.
Così, d’un tratto, ti accorgesti che la foglia era volata via dall’albero. Un significato? Una poesia? Un segno? No, solamente il disdegno del vivo per il morto, del giovane per il vecchio. Come un reietto, ormai buttavo il mio tempo sulle panchine e prendevo a calci le lattine vuote lungo il tragitto. Persi la casa, il lavoro, i soldi, gli amici, gli affetti.
E questa era colpa tua? Ci misi un po’ a comprendere che no, non era così; un po’ a scaricarti dai fardelli immaginari con cui avevo appesantito il tuo percorso cosmico che di certo sfuggiva ai miei reclami. Giusto così, meglio così. Tu nessuna colpa, io solo un idiota.
Ma il tempo è come il bastimento che spinto dalle acque ti conduce al porto e troppo ti sei distratto a guardare il paesaggio o a scrutare l’orizzonte da non essertene accorto… il mondo è pieno di onde che ti portano sempre più lontano, sempre più lontano finché non ci si arena in quell’unico scalo che è la meta di ogni stupidaggine.
Non è la morte: non chiamiamola morte se non sappiamo cosa sia. Chiamiamola nuovamente poesia. Poesia delle acque e delle anitre. Sì: degli animali che innocenti scivolano sulla corrente. Buonanotte gente!

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Avvoltoio3A volte, penso che avrei dovuto e anche potuto fare altro nella vita. Invecchiare: ecco di cosa ha paura l’essere umano che non va alla guerra per morire prima e levarsi questo impiccio di pensiero di dosso. È qualcosa, come un prurito sopra il fondoschiena, di fastidioso, ma anche di monotono e ripetitivo, questa nausea che ho per tutto ciò che è vivo.
Bilancio. Bilancio di una carriera, senza fama né gloria. Non aspiravo ad arrivare in alto per puro ego personale, ma in qualche modo perché pensavo che da lì sopra potessi diffondere il mio messaggio con più voce e frequenza: come un urlo lanciato dal picco di una montagna che si moltiplica in centinaia di eco. Invece, racchiuso e soffocato nella mia stanza, dietro le sbarre del mio studio, nella mia accogliente casa è come stare in prigione, come stare in prigione. E quando la voce si strozza nel cuore ancor prima che nella gola, è impossibile proseguire. Il futuro si fa nero, l’orizzonte davanti gli occhi diventa caverna. Eterna la notte.
Scrivere. Ecco: adesso ho paura persino a scrivere. Paura che la mia vita diventi libri e che i libri si trasformino in pagine ingiallite. Un cumulo di carte inutili a rappresentare il mio passato. Poi, prendere un cerino e farne un falò. Ecco: brucerò tutto e vedendolo ardere, così la mia vita vedrò scomparire. Odore di brace, terra secca, aria fredda. I sensi non sono più in grado di darmi retta.
Qualcuno mi ha chiamato poeta, un giorno; ma come muore un poeta? Muore come tutti gli altri, come un animale di cui ai vivi non interessa il destino. Se c’è un destino, oltre il cielo. Vero è questo mio disgusto per tutto ciò cui aspiro, anche se non arrivo, il traguardo è già segnato. Allora mi accorgo sì di aver giocato tutta una vita a fermare sulla carta meteore che cadono dal cielo. Cosa vuoi che sia un’istantanea? Non ci dice né il prima né il dopo di quella stella, anche se lo lascia immaginare.
T’immagini tu cosa ne sarà di me, dopo? Io che sono apparso e poi scomparso; per un solo attimo mi hai visto brillare. Allora tieniti la tua fotografia, il mio bagliore, un bel ricordo. Il resto, finiremo entrambi per dimenticarlo.
Ancora parlo? Sì, ancora parlo.

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La forma dei Senzaforma” si trasforma!

Prima aveva avuto il titolo di “Il grande sogno”, poi di “La forma dei Senzaforma” ed ora, l’antico romanzo cambia ancora volto ma non sostanza (che rimane pressoché invariata dall’ultima versione) e diventa “Il sogno nel cielo”.

 

 

 

 

 

 

 

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Il sogno nel cielo. Storia sulla Terra, sul mare e su Marte – Romanzo – 2012

L’antica storia prese piede dall’astruso piano di voler redigere un libro a mano, dal temperamento insensato e dal senso stemperato. Sotterrato una mattina, il manoscritto fu sottratto e viaggiò per terra, per mare e su Marte. In disparte, le forme senza una forma osservarono le vicende che cullavano i passeggeri dei velieri con le onde delle loro memorie. Antiche avventure, matte o distratte, seppur sopraffatte, infine, da quel senso che tutto terminava e non era ancora iniziato. Solo l’introduzione era quasi conclusa. Ottusa e reclusa, non poteva svelare più di niente, altrimenti i lettori dello scrittore stralunato non avrebbero seguitato e la storia che seguì al passo sarebbe assomigliata a quella volta in cui, sul retro di una copertina, qualcuno restò così, di sasso!

 

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